Lettera a Hermes

lettera a hermes

Mentre scrivo questa lettera, guardo fuori dalla finestra con la vista appannata: non smette di piovere da giorni.
È una pioggia lenta, ostinata, come se il cielo avesse deciso di piangere con me.

Quando sei entrato nella nostra vita, eravamo ancora piegati dal dolore per Zeus.

La sua assenza ci aveva svuotati, stremati, lasciando un buio che sembrava inscalfibile.
Il tempo aveva provato ad addolcire quella ferita, ma sotto la pelle il dolore bruciava ancora.
E poi sei arrivato tu.
Piccolo, inaspettato, meravigliosamente fragile.
E tutto è cambiato.

Quella mattina ero dai miei, erano i giorni successivi alla nascita di mio nipotino Diego.
Accompagnai al lavoro mia sorella, come sempre in ritardo, e imboccai una strada che non avevo mai percorso.
Una deviazione casuale… o forse il destino.
Ed lì che ti ho visto: rannicchiato sull’asfalto, una pallina bianca con la codina grigia, un soffio di vita nel caos del mondo.

Accostai ed io e mia sorella scendemmo a prenderti. Tu ti avvicinasti, senza paura, con quegli occhi enormi celesti come il colore del cielo di quella giornata di sole. Miagolavi piano mentre eri in macchina, quasi chiedessi permesso per esistere.
Avevi fame, freddo, bisogno. Eri davvero ridotto male.

Ti portammo da una nostra amica volontaria poco distante che ti diede le prime cure, ma fu solo quando ti riportammo a Fiumicino che il miracolo iniziò davvero: eri a casa.

Da quel giorno, Hermes, la nostra anima ricominciò a respirare.
Dove c’era buio portasti luce.
Dove c’era vuoto portasti amore.
Il dolore di Zeus si fece lieve, come se tu ti fossi preso carico tra le tue zampine di quel peso e lo avessi trasformato in qualcosa di nuovo.

Prima del tuo arrivo, io avevo la paura anche di sfiorare un gatto… con te dormivo praticamente abbracciato la notte.

Eri affettuoso come nessun altro.

Non ci hai mai graffiati, e i morsetti che davi erano solo il tuo modo buffo di giocare con me.
Sul divano ti addormentavi accanto a noi e nel letto cercavi il nostro calore.

Amavo baciarti quel pancino rosa ogni volta che tornavo a casa. Aprivo la porta e tu eri lì: in piedi, con le zampette tese, pronto per essere sollevato come un bambino. Neanche in bagno mi lasciavi solo: bussavi con le unghiette, spingevi la porta, entravi e correvi a nasconderti come un folletto birbante appena ti richiamavo.

Avevamo avuto un cane che si comportava da gatto… e ora un gatto che si comportava da cane.
Un paradosso perfetto.

La notte, quando arrivava l’estro e scrivevo i miei libri, tu eri sempre con me.
Ti acciambellavi sul mio collo, respiravi piano, e quel suono era pace per la mia anima.

Poi arrivò quella parola.
Quella che brucia ancora oggi.

Leucemia felina.

Il veterinario spiegava, parlava, ma io non capivo.
O forse non volevo capire.
“Non c’è una cura”, disse.

Una condanna.
Un’ingiustizia.

Per lo Stato italiano le cure esistono. Probabilmente preferisce il sistema marcio di speculazione delle cliniche veterinario che si fan beffa di chi ama queste creature.

Nessun veterinario ne parla o ha il coraggio di farlo.
Per molti di loro un gatto FELV è “logicamente spacciato”.

Ma non per noi. Noi abbiamo combattuto.

Se vi dicessero che il vostro piccolo avesse una malattia incurabile, voi vi arrendereste alla burocrazia o alla limitatezza del Paese?

Abbiamo cercato ogni strada alternativa possibile, ogni terapia, ogni speranza.
Abbiamo sfidato il destino, gli abbiamo strappato mesi preziosi.

Ma tu non sei mai stato davvero libero dal dolore… eppure sei stato amato.
Amato in un modo totale, infinito.

Ogni momento insieme era un frammento di eternità:
quando frugavi tra le magliette mentre sistemavo l’armadio,
quando inseguivi gli scontrini accartocciati che ti lanciavo,
quando dormivi sul mio petto e il mondo e ti osservavo, ti ammiravo.

Pensavo a quando non avrei più potuto godere quella normalità.

E poi… il precipizio.
Un mese in cui tutto è crollato.
Hai smesso di mangiare.
Cliniche, ricoveri, analisi.

Giorni interi passati a cercare risposte che nessuno sapeva dare.
“Perché non mangia? Perché non beve?”
“Tutto è perfetto… ma è la FELV che cammina”, ci dicevano.

Ormai il tempo era finito ma io imploravo, urlavo al mondo, cercavo nuove cure a Roma, a Milano, ovunque.

Abbiamo provato tutto. Tutto.

Ma nulla ha fermato quella maledetta malattia invisibile che divorava ogni cosa.

Negli ultimi giorni ti avvicinavi ai luoghi nascosti, come se cercassi un angolo per sparire dal dolore.
E io ti richiamavo dall’altra stanza, piangendo e sperando che ti avvicinassi, ma non lo facevi. Eri stanco, ormai camminavi a fatica.

L’ho visto spegnersi giorno dopo giorno tra le mie braccia. Sotto i colpi letali e vigliacchi di questa malattia, prima di lasciarti andare.

…ed è tornata l’oscurità su di noi.

Continuo a guardare le tue foto, torni nella mia mente in ogni mio gesto quotidiano, ogni angolo della casa mi ricorda te. Detesto il silenzio che si è creato tra queste pareti. Come è possibile che non vedrò più il tuo musetto? Che non potrò più abbracciarti, baciarti? Mai più?

Perchè il destino mi ha fatto questo? Di nuovo? Perchè quando lotto per raggiungere la felicità, mi viene sottratta mi viene sottratta?

E’ questo senso di impotenza che mi mette in ginocchio.

Abbiamo fatto il possibile per donarti una vita felice, permetterti di conoscere il significato di famiglia e tu di donarci la tua luce.

Oggi ancora ti cerco, mentre il cielo continua a cadere, e io sento il rumore dei tuoi passi, il peso leggero del tuo corpo accoccolato sul mio petto o attorno al mio collo.

Non eri “solo un gatto”.
Eri casa.
Eri il mio piccolo miracolo bianco.

Se chiudo gli occhi, ti vedo ancora.
E un giorno, amore mio, ti raggiungeremo.
In un posto dove nessuna malattia potrà sfiorarti.

Dove tu e Zeus correrete oltre il ponte dell’arcobaleno, tra nuvole morbide e cieli limpidi, e il tempo non esisterà più.

Fino a quel giorno continuerò ad amarti senza misura.
La FELV potrà anche aver distrutto il nostro sogno,
ma non potrà mai e poi mai scalfire il nostro amore.

Perché l’amore vero non finisce.
Si trasforma.

E tu continui a vivere, in ogni gesto gentile, in ogni ricordo, in ogni parte di noi che hai illuminato.

Il nostro legame è indissolubile, oltre il dolore, oltre il tempo.

Ti abbiamo amato infinitamente e lo faremo per sempre.

La tua famiglia